Nanoplastiche: perché il comportamento di alcuni tipi di crostacei può essere rischioso per la fauna selvatica?

Le microplastiche e  le nanoplastiche  sono piccole particelle di plastica che derivano dalla frammentazione di rifiuti di vario tipo. Si parla di microplastiche per indicare i frammenti di dimensione compresa tra 0,1 e 5000 micrometri (cioè da 0,001 a 5 millimetri), mentre si parla di nanoplastiche quando ci si trova di fronte a frammenti ancora più piccoli, da 0,001 a 0,1 micrometri. Molte ricerche confermano che questi piccoli frammenti di plastica dispersi nel mare vengono ingeriti da pesci e molluschi, ma ad essere più pericolose sono proprio le nanoplastiche perché possono passare attraverso le pareti cellulari. 

E il fenomeno diventa ancora più complesso quando alcuni tipi di crostacei, grazie ad una particolare struttura presente nel loro tratto digerente,  sono in grado di triturare e sminuzzare le microplastiche, trasformatore così in nanoplastiche.  

A confermare questa tesi è un recente studio  dell’University College di Cork (UCC), in Irlanda, sul crostaceo “anfipode Gammarus duebeni” lungo 2 centimetri. Più precisamente, secondo lo studio le microplastiche ingerite dal crostaceo vengono frammentate molto rapidamente.  Quindi mentre fino ad ora, la frammentazione della plastica è stata in gran parte attribuita a processi fisici lenti, come l’esposizione alla luce solare e l’azione delle onde, che possono richiedere anni e persino decenni, oggi gli scienziati confermano che attraverso l’azione dei crostacei la frammentazione avverrebbe addirittura in 4 giorni.

I piccolissimi frammenti  possono passare attraverso le pareti cellulari ed essere potenzialmente più dannosi per la fauna selvatica rispetto alle microplastiche con dimensioni fino a 5 millimetri. Secondo la dottoressa Alicia Mateos-Cárdenas, la principale autrice dello studio pubblicato su Scientific Reports, commenta “gli anfipodi ingeriscono queste particelle di plastica, macinandole con le mandibole e le trasmettono all’apparato digerente. E aggiunge “non capiamo ancora come questi animali rompano la plastica.

Inoltre il crostaceo, oggetto degli studi, è una delle oltre 200 specie di Gammarus presenti a livello globale nei fiumi, negli estuari e negli oceani. “Questo aggiunge sicuramente un ulteriore livello alla nostra comprensione del destino della plastica nell’ambiente”, continua la scienziata. 

In  sostanza secondo lo studio “le nanoplastiche che attraversano le pareti cellulari potrebbero accumularsi in animali e piante con potenziali effetti negativi sconosciuti”.

Di conseguenza il problema dell’inquinamento da plastica diventa molto più complesso. Soprattutto perché alcuni predatori come uccelli o pesci si nutrono proprio di crostacei Gammarus. 

Ciò significa che le nanoplastiche potrebbero accumularsi ancora più in alto nella catena alimentare, anche potenzialmente nell’uomo, mentre sostanze chimiche tossiche potrebbero aggrapparsi alla superficie di queste nanoplastiche con rischi ancora più importanti per la salute. 

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