A Civitavecchia i cittadini stanno portando avanti un’importante battaglia ambientale che riguarda la realizzazione di un mega impianto di pescicoltura ad un chilometro circa dalla costa della Frasca. Qualora si realizzasse questo impianto, cosa accadrebbe all’ecosistema marino di questo territorio? Ne abbiamo parlato con Ivana Puleo, referente Associazione Plastic Free e rappresentante Rete delle Associazioni di Civitavecchia.

Rete delle Associazioni Civitavecchia.
“Quando sento la parola ecosistema, mi viene sempre in mente l’immagine di una cosa in equilibrio: ha presente quelle composizioni verticali di sassi sulle spiagge? O l’immagine di un funambolo? Ecco: EQUILIBRIO! L’ecosistema è un insieme complesso di organismi viventi e di materia non vivente che interagiscono tra di loro e costituiscono un sistema autosufficiente di VITA, un equilibrio tanto dinamico quanto fragile. Proviamo a pensare ad un evento improvviso, una intromissione violenta, improvvisa, costante all’interno di questo “sistema”.
“È facile comprendere che questo equilibrio verrà presto compromesso. Il funambolo cadrà giù dalla fune e quei sassi che svettavano curiosamente in altro, si ridurranno ad un anonimo mucchietto di ghiaia. Il nostro mare subisce da tanti anni gli effetti dell’antropizzazione umana. Abbiamo cercato forzatamente di adattare l’ambiente ai nostri interessi. Lo abbiamo fatto quando non ci siamo curati di cosa le nostre fabbriche, le centrali, gli allevamenti agricoli, le nostre città, i porti, le navi, le petroliere facessero al mare“.
“E’ stato osservato ad esempio che lo scarico in mare di materiali di risulta costituisce un fattore di rischio importante a causa della diffusione di contaminanti nell’ecosistema. E benché le norme che regolano le immissioni in mare di elementi inquinanti sia “antica” (del ’76), negli anni sono stati fatti passi avanti con nuove Leggi e Decreti a tutela dell’ambiente marino: ancora oggi ahimè assistiamo a livelli di inquinamento marino ingiustificabili!“
E aggiunge: “Un impianto di allevamento intensivo a mare produrrebbe gli stessi effetti di qualsiasi altro allevamento fatto a terra, con il solo aspetto positivo che in mare ci possiamo affidare al prodigio della “dispersione” e soccombere all’illusione che se non vedo una cosa è perché non c’è!”
“Non sono un biologo ma amo documentarmi” – continua Ivana Puleo. “Sono stati condotti tanti studi da diverse Università Europee sul tema degli allevamenti di maricoltura o pescicoltura. Secondo uno studio del 2011 realizzato in alcuni allevamenti di spigole e orate in Grecia, un impianto che produce 100 tonnellate di pesce scarica in mare 9 tonnellate di azoto, dissolto in acqua o come sedimentato sul fondale, insieme ad altri nutrienti, in particolare il fosforo. Nonostante i progressi tecnologici sui mangimi per diminuire questo impatto, diverse ricerche confermano il problema: «Il rilascio in acqua di rifiuti dell’acquacoltura sta diventando un problema per il carico di nutrienti organici e inorganici che porta al deterioramento dell’ambiente», afferma uno studio datato 2015. Ma senza dover andare troppo lontano, visto anche che il problema della realizzazione di un impianto di pescicoltura di 150 ettari interessa una zona a noi vicino, quella della Frasca che si trova tra Civitavecchia e Tarquinia, per rispondere alla sua domanda mi piace citare il parere del Professor Giuseppe Nascetti. Secondo il Professore Giuseppe Nascetti, responsabile del centro Ittiogenico delle Saline di Tarquinia, “la produzione di pesce in modo intensivo provoca dei problemi, soprattutto legati all’ambiente in cui vengono collocati gli impianti di acquacoltura o di maricoltura, dovuti al fatto che per allevare queste grandi quantità di pesci c’è bisogno di nutrienti, che vengono messi nelle gabbie ma poi vanno nell’ambiente, insieme ad altri residui”. L’impianto previsto a Civitavecchia ne produrrebbe, stando a quanto riportato nel progetto della società proponente, 1.000 tonnellate all’anno. La Frasca si trova in una zona fortemente antropizzata. È un miracolo che la prateria di posidonia e la murata siano ancora pieni di colori, di anemoni, coralli, di pesci, crostacei, di VITA. Stanno sopravvivendo, tenacemente resistendo agli agenti inquinanti che vengono prodotti dal porto e dagli altri siti industriali già presenti”.
E’ iniziata così la vostra battaglia legale? “Si e per ora è stata bocciata solo la richiesta di sospensiva. L’iter iniziato il 20 marzo 2020 depositando il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, avverso appunto il mega impianto di pescicoltura off shore a Civitavecchia, non si è ancora concluso. Nel frattempo, noi restiamo uniti, concentrati e attenti. Recentemente, alla luce delle novità introdotte con la Legge Regionale N.1/2020 anche in materia di concessioni demaniali marittime e del mare territoriale, in particolar modo per quanto concerne gli impianti di acquacoltura, emerge una rinnovata attenzione relativamente alle competenze dei Comuni Costieri interessati da tali impianti. Il comune di Civitavecchia, recentemente, ha espresso parere sfavorevole: all’unanimità il Governo Cittadino ha votato contro. Questo ci dà molta fiducia. Nel frattempo, abbiamo appreso che l’Amministrazione cittadina ha iniziato una serie di incontri con la società proponente per valutare alternative di sviluppo economico a tutela dei lavoratori presenti nell’impianto che già insisteva nell’area a terra. Siamo fiduciosi in questo ritrovato e rinnovato spirito ambientalista che non si dimentica però di tutelare realtà lavorative virtuose, protese a costruire un futuro più sostenibile, attente alle persone, all’ambiente e al loro fragile equilibrio”.
E’ possibile immaginare in futuro la realizzazione di un’area marina protetta nel territorio circostante le coste della Frasca?
“Nel 2017 La Regione Lazio decretava la Frasca Monumento Naturale. Comprendiamo quindi che una certa attenzione è già prevista grazie a questo decreto, ma vista la disinvoltura con la quale si è pianificato la realizzazione di questo impianto, mi sorge il dubbio che forse l’accento sulla necessità di tutelare l’area SIC e il contesto naturalistico presente, il concetto non sia stato espresso in modo sufficientemente chiaro. Se dover circoscrive un’area e, in base ai diversi livelli di suddivisione renderla quindi più o meno accessibile o praticabile, servisse a tutelarne la VITA, credo proprio di SI con la speranza che anche questo eventuale nuovo decreto serva a circoscrivere l’attività dannosa dell’uomo a scapito dell’ambiente. Premesso che l’iter di studio e di fattibilità è lunghissimo e spesso contrastato, qualora si decidesse di procedere alla costituzione di un’area marina protetta per la zona della Frasca, la scelta dovrebbe essere condivisa e supportata da tutti gli interessati, che siano questi Amministratori politici, Enti, Istituzioni o semplici cittadini. La parola d’ordine è INSIEME”.