Covid-19. L’inquinamento atmosferico come possibile vettore del virus.

Una ricerca condotta dal professor Leonardo Setti dell’Università di Bologna e dal professor Gianluigi de Gennaro dell’Università di Bari, in collaborazione con la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), ha evidenziato una relazione tra lo sforamento dei limiti di legge per le polveri sottili e il numero di casi infetti da Covid-19.

I ricercatori italiani hanno incrociato i dati provenienti dalle varie centraline di rilevamento delle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (Arpa) e i dati del contagio da Covid-19 riportati dalla Protezione Civile aggiornati al 3 marzo scorso.

Lo studio evidenzia una accelerazione anomala dell’infezione in coincidenza con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico. Alte concentrazioni di PM10 avrebbero dunque facilitato la diffusione virulenta dell’epidemia proprio nelle zone più colpite della Pianura Padana. Inoltre la presenza di livelli record di polveri sottili in questi territori potrebbe contribuire a indebolire il fisico e in particolare l’apparato respiratorio e cardiocircolatorio. Secondo il professor Setti “le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid-19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stato i primi focolai”.

E’ noto in letteratura che il particolato atmosferico funga da vettore di trasporto per numerosi contaminanti chimici e biologici – inclusi i virus che si attaccano tramite un processo di coagulazione per ore, giorni o intere settimane – potendo così arrivare a percorrere lunghe distanze. “Più ci sono polveri sottili più si creano autostrade per i contagi. E’ necessario ridurre al minimo le emissioni”, secondo quanto dichiarato dal professor de Gennaro.

Secondo Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), “al di là di quello che le ricerche confermeranno sulle nostre ipotesi, mi pare sia già evidente che dobbiamo cambiare paradigma. L’augurio è che, al termine di questa dura prova, ci sia una ripartenza in chiave sostenibile. Anche perché tutto ci dice che potrebbero esserci nuove pandemie e quindi bisogna prepararsi per le sfide future”.

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